09 agosto, 2013

WP - Wattela a Pesca

Jeff Bezos compra il WP per una manciata di spiccioli e il dibattito su giornalismo ed internet si riaccende. Corre l'anno 2001 In Italia e acute analisi si levano a chiosarela notizia.
E giù a dire che la qualità, la deontologia, la verità, la verifica delle fonti, il modello business, l'incertezza disegnano un futuro fosco ecc... ma si ahimè la rete, il web la rivoluzione digitale uccide il giornalismo.
Continuiamo a farci del male direbbe Nanni Moretti.  Per seguire il dibattito bussare dalle parti di @massimo_russo, Vittorio Zambardino (kudos), Giuseppe Granieri  

Io non sono un giornalista, sono tante cose, tante cose sono stato e tante altre ne sarò ma so raccontare delle storie e per una volta invece di dibattere ne voglio raccontare una

Era il 1994 e come tanti studenti in Scienze Politiche, Indro si divideva tra militanza, cazzeggio e progetti per il futuro. Come pochi studenti in scienze politiche, Indro, tra studio e cazzeggio, assisteva sempre più preoccupato alla deriva fascista e populista della politica italiana. L'apparizione a reti unificate del viso 'bulgaro' di semi noto e discusso imprenditore milanese, padrone di diverse televisioni che si proponeva come leader politico ne era il segno inequivocabile e tangibile. Da un anno, o forse due, manifesti strani con un bimbo innocente che lallava Fozza Itaia imbrattavano i muri per preparare il lancio del partito/format.

Da un paio d'anni, Indro s'affannava nel sottobosco del giornalismo, in cerca di collaborazioni per accedere alla profession; era quella l'arma con la quale aveva deciso di combattere la sua battaglia, abbandonata la militanza, pochi anni dopo l'agonia della Bolognina. La fiducia nel futuro e nelle proprie capacità è parte dell'ingenuità giovanile, si sa, ed Indro non si era accorto che abbandonando la militanza in onore al principio sacrosanto dell'obbiettività del giornalista aveva gettato al vento l'ultima via  d'accesso alla professione.

Lottizzazione financo nelle redazioni dei giornali di quartiere.
Porte chiuse, lunghe attese, dinieghi, rifiuti, delusioni, qualche pezzo scritto ma di giornalismo, niente non se ne vedeva l'ombra. Di giornalisti non se ne cercava, non se ne voleva. Indro non militava più ma l'idealismo giovanile lo accendeva ancora e la logica, ferrea, quella del giornalista di razza non lo mollava. Se non poteva fare il giornalista 'vero' cosa lo faceva a fare il giornalista, si ripeteva spesso. La svolta per Indro giunse un anno dopo, nell'aprile del 95 nel "giorno degli Sciacalli", quando aperto un quotidiano lesse la notizia: Montanelli chiude La Voce, il suo giornale straniero.

Indro, non amava Montanelli particolarmente, pur nutrendo rispetto per la sua penna e riconoscendogli per la schiena dritta, il ruolo di decano dei giornalisti. Indro fece due più due e preso atto che nemmeno uno dei simboli del giornalismo italiano riusciva a fare un giornale, in Italia, il giornalismo era morto e non valeva certo la pena investirci il proprio futuro.
Ho incontrato Indro, per caso, un paio di giorni fa; è un impiegato, fa il ghost writer, scrive romanzi, vince premi su zooppa come copywriter con interessanti somme di extracash, insomma, benedice il digitale, internet e ride del dibattito sul futuro del giornalismo. Fine della storia.
Per salvarsi il giornalismo deve guardare al proprio passato non al futuro che è imprevedibile, quello lasciamolo agli scrittori di fantascienza.
I giornali moriranno non il giornalismo (http://jimromenesko.com/2013/08/08/a-journalist-whos-worked-for-amazon-and-the-post-predicts-bezos-next-moves/), Italia a parte, dove è morto da tempo, ma almeno smettiamola di gettare inchiostro e bit su inutili elzeviri.

Dare la colpa ad internet della fine dei giornali è come dare la colpa al caldo eccezionale per gli ultimi omicidi di mogli e fidanzate. 
Cerchiamo piuttosto la verità, i fatti e i dati come fa l'ottimo Giornalaio, Pier Luca Santoro, che mette il dito nella piaga.
Se il WP vale 250 milioni di euro, una cifra ridicola per Amazon, come è possibile che i nostrani cartacei valgano anche il doppio stando ai loro bilanci?  (vedi ad esempio alcuni asset del gruppo Espresso). 
Non sarà, cari giornalisti italiani che a forza di servire il potere, collocare consorterie, depenalizzare falsi in bilancio e scrivere sciocchezze sia sulle colonne dei giornali che nei bilanci stessi vi siete suicidati?
Non sarà meglio che Lucia Annunziata, piuttosto che di tecnologie e business model futuribili, impari a leggere i bilanci del suo gruppo editoriale? 
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