Come se tutto questo interrogarsi sull'autopubblicarsi, sulla twitterratura, sulle lettere al tempo di internet non fosse, davvero, inutile.
Come se prima dell'avvento dell'industria ammanuense, delle multinazionali della dattilografia, un artista non si autopubblicasse camminando per le strade col cappello in mano e per un tozzo di pane.
L'arte se era tale non te lo certificava mica nessuno se non te stesso con la tua ossessione e la gente; con ferocia, a volte.
Ora che i mercati sono di nuovo conversazioni e l'arte puoi portarla ovunque, con la voce e con il corpo, del tutto smaterializzata, che senso ha, farsi tutte queste domande?
E' per questo forse che ormai le autorità non s'accaniscono più contro i critici o contro gli autori ma perseguitano pervicaci gli artisti di strada, i vucumprà e il loro povero artigianato. Sono loro i reduci e i nuovi pionieri dell'unica espressione artistica che resta o che forse è mai esistita davvero: la libertà senza mediazioni, ne di editori ne di strumenti.
un merito però va ascritto alla tecnologia che ha dato vita all'operazione editoriale più grande della storia: alla rete e ai telefonini smart. Sta inoculando un antidoto contro la paura, unica vera poetica che sorregge questo tempo. Alla paura di esprimersi.
Questa corsa alle scritture ubique e onnivoche disintegra qualsiasi estetica elogiativa e dogmatica, precostituita da qualsiasi regime. E' iniziata una corsa ad un'arte senza regole ne padroni, senza autori ne autorità com'era un tempo.
Non resta che scrivere.






